Tutti sappiamo cosa è successo a L'Aquila il 6 Aprile,ma forse tanta gente (in realtà i soliti)dimentica che non siamo neanche a sei mesi da quel tragico lunedì mattina. Verso le 14 di oggi vedendo il tg regionale numerosi esponenti dell'antiberlusconismo più becero hanno iniziato a blaterare contro l'operato del governo nella situazione post-sisma iniziando ad arrampicarsi sugli specchi bagnati. Ma cosa pretendono gli esponenti di una classe politica che l'Italia ribadisce più volte di non volere come amministratori? Non vogliono lo spopolamento,vogliono ricostruire subito L'Aquila e altro. Grazie al cazzo. Tutti vorrebbero rimanere a L'Aquila e dare avvio alla ricostruzione ma lorsignori fanno finta per un motivo evidente di non aver bene in mente qual'è la priorità:dare un tetto agli sfollati prima dell'inverno. Il motivo della loro "amnesia" è che lo stato in tempo record sta provvedendo a risolvere tale priorità. Ed è normale che qualcuno debba momentaneamente decentrarsi dal capoluogo. Chiediamo sempre ai vari esponenti delle "ricostruzioni democratiche",dei "comitati cittadini" (manovrati ad arte dalla sinistra) se hanno una minima idea di cosa sia stato fatto in altre tragedie nazionali,anche più ridotte rispetto al terremoto aquilano. In Irpinia c'è ancora chi vive nei container; In Umbria Striscia la Notizia ha smascherato la falsa consegna (sempre) dei container,ricordiamo a chi ha la memoria corta che era il 1997 e la Sinistra governava; A L'Aquila a meno di 6 mesi si stanno consegnando le CASE,non i container.
mercoledì 30 settembre 2009
Zero proposte,solo proteste la Sinistra allo sbando.
Tutti sappiamo cosa è successo a L'Aquila il 6 Aprile,ma forse tanta gente (in realtà i soliti)dimentica che non siamo neanche a sei mesi da quel tragico lunedì mattina. Verso le 14 di oggi vedendo il tg regionale numerosi esponenti dell'antiberlusconismo più becero hanno iniziato a blaterare contro l'operato del governo nella situazione post-sisma iniziando ad arrampicarsi sugli specchi bagnati. Ma cosa pretendono gli esponenti di una classe politica che l'Italia ribadisce più volte di non volere come amministratori? Non vogliono lo spopolamento,vogliono ricostruire subito L'Aquila e altro. Grazie al cazzo. Tutti vorrebbero rimanere a L'Aquila e dare avvio alla ricostruzione ma lorsignori fanno finta per un motivo evidente di non aver bene in mente qual'è la priorità:dare un tetto agli sfollati prima dell'inverno. Il motivo della loro "amnesia" è che lo stato in tempo record sta provvedendo a risolvere tale priorità. Ed è normale che qualcuno debba momentaneamente decentrarsi dal capoluogo. Chiediamo sempre ai vari esponenti delle "ricostruzioni democratiche",dei "comitati cittadini" (manovrati ad arte dalla sinistra) se hanno una minima idea di cosa sia stato fatto in altre tragedie nazionali,anche più ridotte rispetto al terremoto aquilano. In Irpinia c'è ancora chi vive nei container; In Umbria Striscia la Notizia ha smascherato la falsa consegna (sempre) dei container,ricordiamo a chi ha la memoria corta che era il 1997 e la Sinistra governava; A L'Aquila a meno di 6 mesi si stanno consegnando le CASE,non i container.
martedì 29 settembre 2009
lunedì 28 settembre 2009
A Chieti,derby a reti inviolate. Oltre 500 gli Aquilani al seguito!

Si ferma alla quarta giornata la serie di vittorie dell'Aquila Calcio nel Girone F della Serie D. Una partita combattuta da due ottime compagini che saranno sicuramente protagoniste nel prosieguo del campionato.
Appena giunti nel capoluogo teatino (500 aquilani in tutto),prima della partita abbiamo pranzato nella bellissima sede degli Irriducibili e poi dopo qualche birra nel bar davanti lo stadio ci siamo sistemati nel nostro settore. Subito cori per i nostri amici teatini e da loro ricambiati. Davvero un'ottima tifoseria quella neroverde che ha cantato per tutta la partita con continuo sventolio di alcuni bellissimi bandieroni. Noi non siamo stati sicuramente da meno,battimani,cori,pogate e sostegno continuo hanno caratterizzato l'agitatissimo settore aquilano. Peccato solo per quelle clamorose 3 o 4 reti sbagliate nel secondo tempo e per un rigore nettissimo non concesso dall'arbitro. Ma va bene lo stesso,ora aspettiamo il Trivento formazione molisana di cui si dice un gran bene e che la classifica pare dimostrare.
FORZA VECCHIO CUORE ROSSOBLU'!
Il Coraggio contro l'acciaio
di Pietrangelo Buttafuoco
Non se ne abbia a male Michele Serra ma è fin troppo ovvio che una mascotte dei parà, un cane da impegnare perfino nei funerali solenni nell’Italia di oggi, possa avere per nome Rommel. Fu Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, a scolpire sulla pietra di El Alamein la sentenza che il Signore dei Mondi bacia con la sabbia, il vento e il silenzio di ogni alba sul deserto d’Iskandria: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”.
A sbalordire il comandante germanico c’erano i paracadutisti italiani che scendevano dal cielo nel rabbuffo del piumaggio. E piovevano a grappoli i ragazzi di Bir El Gobi. E come Folgore dal cielo, i soldati della guerra perduta, planavano sul mare di polvere riscattando a mani nude la vergogna di un re in fuga e il tradimento della pregiata Marina (e Dio stramaledica i traditori). Daniele Lembo, che ha scritto per “Latina Oggi” il più bel pezzo sui sei caduti di Kabul, mi ha raccontato di aver incontrato ai funerali un paracadutista di ottantacinque anni. Un ragazzo imprigionato nel corpo di un vecchio, il parà. Un bellissimo giovane raggiante di rughe e capelli bianchi, splendido con la sua divisa coloniale, ancora integra, e con il basco in testa: “Nella Grande guerra”, gli ha detto il venerando guerriero, “si faceva il corpo a corpo. Io, nel deserto, il corpo a corpo non l’ho mai fatto. Quelli venivano avanti con i carri armati e io saltavo fuori da quella buca con la bottiglia di benzina”. Questa è la Folgore. Il coraggio contro l’acciaio. Bisogna capire il vecchio. Ma c’è da capire anche Lembo. Suo padre, per arrotondare il bilancio familiare, teneva la contabilità del cinema, al paese. Nel suo compenso era compreso l’ingresso libero in sala per i figli. Avrà avuto otto anni Lembo quando, eccezionalmente per una località di provincia, Minori, ebbe modo di vedere una pellicola di prima visione: “La battaglia di El Alamein”. La storia di due fratelli, un maresciallo dei bersaglieri e un tenente dei paracadutisti, immersi nella sabbia del deserto coi loro reparti. La scena finale del film mostrava i parà della Folgore nella veste di “cacciatori di carri”. Lembo s’innamorò dei “folgorini” guardandoli saltare fuori dalle buche, armati di bottiglie incendiarie, per dare l’assalto ai carri armati inglesi.
Coraggio contro acciaio, appunto. Fra le sabbie non c’è più il deserto perché ormai ci sono i morti. L’epigrafe del cimitero ad El Alamein è bellissima: “Sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di quesi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi”.
Entrato alle sedici in sala, ora della prima proiezione, Daniele rivide la pellicola fino all’ultima replica di mezzanotte. Oggi, in tutta Italia, un bambino che conosca questa pagina di storia non si trova. La sabbia che ci riempie la testa non è benigna come quella nel deserto di Alessandria e bisogna capire quella preside di una scuola di Roma che non ha voluto fare osservare il silenzio ai suoi scolari – “Piuttosto lo si faccia per i morti nel lavoro”. E bisogna capire pure quel prete in Lombardia che i sei caduti di Kabul li ha sputati – “maschioni mercenari fascistoidi”. L’Italia non esiste più e la Brigata Paracadutisti Folgore, tale è il nome esatto, è un’unità di fanteria leggera d’assalto che si descrive nel basco e basta. Il basco amaranto, uguale in tutto il mondo, è il segno di un’aristocrazia militare che affratella i nemici provenienti da ogni terra, sia essa la più remota. Il parà non conosce l’odio e quella preside e quel prete forse dovrebbero visitare la sede dell’Associazione dei Paracadutisti d’Italia, a Trieste, dove i vecchi soldati custodiscono nelle bacheche – quali cimeli, in ricordo dei gemellaggi – i brevetti scambiati coi loro camerati di ogni esercito: americani, inglesi, francesi, ungheresi, turchi, australiani, russi e tedeschi. Di volta in volta nemici o alleati. Hanno perfino i brevetti dei badogliani, quelli della “Nembo”. E in quella sede si venerano, accanto alle Medaglie d’Oro della Grande Guerra, anche le sacrissime bende del Sol Levante. Quelle dei guerrieri aviotrasportati nipponici. Ho usato la parola “camerata”, chiedo scusa, e se l’Italia non fosse quell’espressione geografica cui s’è ridotta ad essere, farebbe ridere il grande sforzo linguistico dell’eufemistico “commilitone”, invece c’è da piangere le lacrime del ridicolo, non proprio il massimo. Ed è una fortuna che resti una tromba a gridare il Silenzio per i caduti.
Il destino del parà è beffardo, e Salvatore Sottile, che fu paracadutista scelto in quel di Siena, a scanso di retorica, l’epopea parà la spiega al modo guascone: “Il parà è il più vulnerabile in azione, cade se deve cadere, sbriga la propria missione, ci mette sacrificio, dovere e lealtà e torna nei ranghi. Sicuramente non è quello che se ne va incontro agli applausi con la bandiera in trionfo”. I parà del 1978 – quando quelli morti oggi a Kabul non erano nati – si raccoglievano alla spicciolata. Alla visita medica un caporale entrava negli stanzoni della leva e chiedeva: “Chi viene nei paracadusti?”. Uno pronto ad alzare il culo dalla comoda branda della naja si trovava. E fare il parà negli anni ’70 era un modo per certificarsi peggiore gioventù, maschioneria fascistoide per come ancora oggi dice il famoso prete. Ovviamente una stupidaggine, questa: “Il dieci per cento dei Diavoli Neri”, ricorda oggi Sottile, “quelli della 15a compagnia, venivano da Lotta Continua. Per non dire dai Sorci Verdi. Tutti di estrema sinistra”. Fare il parà era anche il modo migliore per imparare qualcosa, anche mangiare due primi, due secondi, due porzioni di dolce e di frutta e però dimagrire di dodici chili tanto era grande il mazzo da fare. Fare il parà era quel sapere fare l’amore con l’MG, la mitragliatrice leggera, l’arma da portarsi nel lancio per buttarsi giù e vedere la terra venire incontro e non il contrario. Fare il parà è fare il lancio: il primo è una liberazione, il secondo è più ragionato, gli altri diventano un’orgia di concentrazione e di misura. Fare il parà ieri ma anche oggi e anche domani significa prendersi tutto quello che gli altri rifiutano: la cattiveria, la sfortuna, la morte (la preghiera del legionario: “Mon Dieu, donne moi ce qui reste…”). Se ci fosse l’Italia ci sarebbe un’Edith Piaf per i parà del tricolore, “Non je ne regrette rien” è il loro blasone preso a prestito dai cattivi, sfortunati e morti ammazzati legionari, ma come ci si presta e ci si scambia il basco tra i paracadusti di ogni dove. Ogni volta che sfilano i parà, dunque, ognuno ricordi questa canzone anche per loro. E’ la canzone che Tomaso Staiti di Cuddia, paracadutista, vuole che venga cantata al suo funerale. Essere parà significa avere un dio diverso e mentre gli altri se ne vanno con la bandiera in trionfo, i parà che possono anche chiedere e ottenere il permesso dal loro capitano di fare H24 per tenere in assedio la discoteca Pussycat zeppa di studentesse di Verona, i parà che per allegria possono – come fanno sempre – saltare dal secondo piano della caserma per ogni cambio di materasso, sono gli unici a sapere che il Col Moschin non è precisamente un colonnello che di cognome fa Moschin, ma il venerato Nono Reggimento d’Assalto, intitolato alla presa del Col(le) Moschin durante la I guerra mondiale. Quello degli incursori.
La peste del parà è la retorica, l’unico impasto che gli compete è la poesia. L’atto del lancio è poetico e Sergio Claudio Perroni, fustigatore di poetastri, già parà in quel di Livorno, interrogato, risponde. “Di poetico, ricordo:
- l'allora capitano Roberto Martinelli (poi generale comandante della Forza Multinazionale nel Sinai), che a ogni lancio si augurava che il paracadute incontrasse una corrente capace di tenerlo «in aria per sempre»;
- l'inno Baschi rossi e fregi d'oro, all'epoca cantato di nascosto in quanto vietato per sospetta apologia del fascismo («Siamo arditi, paracadutisti, e dal cielo ci lanciamo...»). Ma più poetico ancora era Paracadutista tu: "Pa-raca-dutista tu / che scendi di lassù so-prà l'infè-rno / Tu, conqui-sti ciò che vuoi / a fianco degli ero-i, che so-no ete-rni.")
- i lanci dalla torre del sergente Toma, unico che in piazza d'armi sapesse lanciarsi «a x» dall'altezza massima, cioè diciotto metri (la «x» era la figura acrobatica più artistica e più pericolosa);
- l'allora tenente Marco Bertolini (oggi vicecomandante delle forze di coalizione a Kabul), che, per contare i sei secondi prima di verificare l'apertura del paracadute principale, anziché il conteggio di prammatica («1001, 1002 ... 1006») ci suggeriva di recitare il mantra «sesso selvaggio a sassuolo» (anzi, essendo lui di Parma: «scescio scelvaggio a sciasciuolo»). Può sembrare prosaico, ma a metterlo in atto, appena schizzati fuori dall'aereo e ignari per quei secondi se il paracadute si sarebbe aperto o no, era poeticissimo;
- i parà schierati lungo il perimetro della piazza d'armi della caserma Vannucci a Livorno, per l'ultimo saluto a due commilitoni saltati in aria durante un'esercitazione: il silenzio glaciale rotto via via dal singolo schiocco delle mani sulle gambe di ogni parà che scattava sull'attenti al passaggio dei feretri;
- le meravigliose figlie del colonnello Malorgio”.
Nel poetico si annida anche il fattuale. E perciò il Perroni fattualizza: “Non è vero che la Folgore fosse una sentina di camerati. La domanda per parà la facevano molti ragazzi che, non potendo o non volendo schivare la leva, anziché passare quei dodici mesi a morir di noia in qualche casermaccia stantia preferivano farsi un po' di sano mazzo con attività fisiche e sportive; non è vero che ci si menasse continuamente con la popolazione rossa di Livorno (o di Pisa, quand'eravamo alla SMIPAR, la scuola di paracadutismo, per prendere l'abilitazione al lancio): loro se ne fottevano di noi, noi ce ne fottevamo di loro o, al massimo, cercavamo – perlopiù invano – di fottergli le donne; molti paracadutisti, anche tra gli ufficiali di complemento, erano entrati nella Folgore solo perché si buscava paga più alta rispetto a quella degli altri corpi: c'erano in più l'«indennità di lancio» e l'«indennità di mensa» (quest'ultima era una specie di risarcimento in cibo per le energie profuse in tanta attività fisica; pagato mensilmente in quote alimentari di roba nutriente tipo parmigiano, cioccolata fondente, ecc.). Indennità che, per i raffermati, potevi mantenere solo facendo un numero minimo di lanci all'anno: ragion per cui in certi periodi vedevi i maresciallazzi panzoni e poltroni che diventavano improvvisamente operativi e andavano a far su e giù lanciandosi dall'elicottero per mettersi in pari con la quota minima”.
Ancora un po’ di poesia: “Un po' della poesia del ‘basco rosso’ se ne andò, almeno per noi, quando fu consentito di portarlo a tutti i militari della Folgore, non solo ai paracadutisti: ossia anche ad autieri e altri soldati che non avevano mai messo piede su un aereo né mai se n’erano lanciati. Quando scoppiò lo scandalo degli Hercules, ossia i C-130 Lockheed, nella Folgore serpeggiò il terrore che sospendessero le consegne dei tanto sospirati C-130 costringendoci a continuare a lanciarci da quelle che davvero erano ‘bare volanti’, ossia i C-119: aerei che spesso ci mettevano tre o quattro tentativi prima di riuscire a decollare col loro carico di parà da lanciare”.
Altro che maschioni mercenari fascistoidi per come dice il bravo prete (Dio stramaledica i buoni propositi). Non c’è stipendio in grado di convincere una persona a saltare dall’aereo, perché nessuno ha la sicurezza che il fiore bianco, quel paracadute, con tutto il scescio scelvaggio a sciasciuolo, si aprirà. E poi: quando ci sia arruola in un reparto di assalto, prima o poi quell’assalto si farà.
Non se ne abbia a male Michele Serra ma è fin troppo ovvio che una mascotte dei parà, un cane da impegnare perfino nei funerali solenni nell’Italia di oggi, possa avere per nome Rommel. Fu Erwin Rommel, la “Volpe del Deserto”, a scolpire sulla pietra di El Alamein la sentenza che il Signore dei Mondi bacia con la sabbia, il vento e il silenzio di ogni alba sul deserto d’Iskandria: “Se il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”.
A sbalordire il comandante germanico c’erano i paracadutisti italiani che scendevano dal cielo nel rabbuffo del piumaggio. E piovevano a grappoli i ragazzi di Bir El Gobi. E come Folgore dal cielo, i soldati della guerra perduta, planavano sul mare di polvere riscattando a mani nude la vergogna di un re in fuga e il tradimento della pregiata Marina (e Dio stramaledica i traditori). Daniele Lembo, che ha scritto per “Latina Oggi” il più bel pezzo sui sei caduti di Kabul, mi ha raccontato di aver incontrato ai funerali un paracadutista di ottantacinque anni. Un ragazzo imprigionato nel corpo di un vecchio, il parà. Un bellissimo giovane raggiante di rughe e capelli bianchi, splendido con la sua divisa coloniale, ancora integra, e con il basco in testa: “Nella Grande guerra”, gli ha detto il venerando guerriero, “si faceva il corpo a corpo. Io, nel deserto, il corpo a corpo non l’ho mai fatto. Quelli venivano avanti con i carri armati e io saltavo fuori da quella buca con la bottiglia di benzina”. Questa è la Folgore. Il coraggio contro l’acciaio. Bisogna capire il vecchio. Ma c’è da capire anche Lembo. Suo padre, per arrotondare il bilancio familiare, teneva la contabilità del cinema, al paese. Nel suo compenso era compreso l’ingresso libero in sala per i figli. Avrà avuto otto anni Lembo quando, eccezionalmente per una località di provincia, Minori, ebbe modo di vedere una pellicola di prima visione: “La battaglia di El Alamein”. La storia di due fratelli, un maresciallo dei bersaglieri e un tenente dei paracadutisti, immersi nella sabbia del deserto coi loro reparti. La scena finale del film mostrava i parà della Folgore nella veste di “cacciatori di carri”. Lembo s’innamorò dei “folgorini” guardandoli saltare fuori dalle buche, armati di bottiglie incendiarie, per dare l’assalto ai carri armati inglesi.
Coraggio contro acciaio, appunto. Fra le sabbie non c’è più il deserto perché ormai ci sono i morti. L’epigrafe del cimitero ad El Alamein è bellissima: “Sono qui di presidio per l’eternità i ragazzi della Folgore, fior fiore di un popolo e di un Esercito in armi. Caduti per un’idea, senza rimpianto, onorati nel ricordo dallo stesso nemico, essi additano agli italiani, nella buona e nell’avversa fortuna, il cammino dell’onore e della gloria. Viandante arrestati e riverisci. Dio degli Eserciti, accogli gli spiriti di quesi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri ed agli Eroi”.
Entrato alle sedici in sala, ora della prima proiezione, Daniele rivide la pellicola fino all’ultima replica di mezzanotte. Oggi, in tutta Italia, un bambino che conosca questa pagina di storia non si trova. La sabbia che ci riempie la testa non è benigna come quella nel deserto di Alessandria e bisogna capire quella preside di una scuola di Roma che non ha voluto fare osservare il silenzio ai suoi scolari – “Piuttosto lo si faccia per i morti nel lavoro”. E bisogna capire pure quel prete in Lombardia che i sei caduti di Kabul li ha sputati – “maschioni mercenari fascistoidi”. L’Italia non esiste più e la Brigata Paracadutisti Folgore, tale è il nome esatto, è un’unità di fanteria leggera d’assalto che si descrive nel basco e basta. Il basco amaranto, uguale in tutto il mondo, è il segno di un’aristocrazia militare che affratella i nemici provenienti da ogni terra, sia essa la più remota. Il parà non conosce l’odio e quella preside e quel prete forse dovrebbero visitare la sede dell’Associazione dei Paracadutisti d’Italia, a Trieste, dove i vecchi soldati custodiscono nelle bacheche – quali cimeli, in ricordo dei gemellaggi – i brevetti scambiati coi loro camerati di ogni esercito: americani, inglesi, francesi, ungheresi, turchi, australiani, russi e tedeschi. Di volta in volta nemici o alleati. Hanno perfino i brevetti dei badogliani, quelli della “Nembo”. E in quella sede si venerano, accanto alle Medaglie d’Oro della Grande Guerra, anche le sacrissime bende del Sol Levante. Quelle dei guerrieri aviotrasportati nipponici. Ho usato la parola “camerata”, chiedo scusa, e se l’Italia non fosse quell’espressione geografica cui s’è ridotta ad essere, farebbe ridere il grande sforzo linguistico dell’eufemistico “commilitone”, invece c’è da piangere le lacrime del ridicolo, non proprio il massimo. Ed è una fortuna che resti una tromba a gridare il Silenzio per i caduti.
Il destino del parà è beffardo, e Salvatore Sottile, che fu paracadutista scelto in quel di Siena, a scanso di retorica, l’epopea parà la spiega al modo guascone: “Il parà è il più vulnerabile in azione, cade se deve cadere, sbriga la propria missione, ci mette sacrificio, dovere e lealtà e torna nei ranghi. Sicuramente non è quello che se ne va incontro agli applausi con la bandiera in trionfo”. I parà del 1978 – quando quelli morti oggi a Kabul non erano nati – si raccoglievano alla spicciolata. Alla visita medica un caporale entrava negli stanzoni della leva e chiedeva: “Chi viene nei paracadusti?”. Uno pronto ad alzare il culo dalla comoda branda della naja si trovava. E fare il parà negli anni ’70 era un modo per certificarsi peggiore gioventù, maschioneria fascistoide per come ancora oggi dice il famoso prete. Ovviamente una stupidaggine, questa: “Il dieci per cento dei Diavoli Neri”, ricorda oggi Sottile, “quelli della 15a compagnia, venivano da Lotta Continua. Per non dire dai Sorci Verdi. Tutti di estrema sinistra”. Fare il parà era anche il modo migliore per imparare qualcosa, anche mangiare due primi, due secondi, due porzioni di dolce e di frutta e però dimagrire di dodici chili tanto era grande il mazzo da fare. Fare il parà era quel sapere fare l’amore con l’MG, la mitragliatrice leggera, l’arma da portarsi nel lancio per buttarsi giù e vedere la terra venire incontro e non il contrario. Fare il parà è fare il lancio: il primo è una liberazione, il secondo è più ragionato, gli altri diventano un’orgia di concentrazione e di misura. Fare il parà ieri ma anche oggi e anche domani significa prendersi tutto quello che gli altri rifiutano: la cattiveria, la sfortuna, la morte (la preghiera del legionario: “Mon Dieu, donne moi ce qui reste…”). Se ci fosse l’Italia ci sarebbe un’Edith Piaf per i parà del tricolore, “Non je ne regrette rien” è il loro blasone preso a prestito dai cattivi, sfortunati e morti ammazzati legionari, ma come ci si presta e ci si scambia il basco tra i paracadusti di ogni dove. Ogni volta che sfilano i parà, dunque, ognuno ricordi questa canzone anche per loro. E’ la canzone che Tomaso Staiti di Cuddia, paracadutista, vuole che venga cantata al suo funerale. Essere parà significa avere un dio diverso e mentre gli altri se ne vanno con la bandiera in trionfo, i parà che possono anche chiedere e ottenere il permesso dal loro capitano di fare H24 per tenere in assedio la discoteca Pussycat zeppa di studentesse di Verona, i parà che per allegria possono – come fanno sempre – saltare dal secondo piano della caserma per ogni cambio di materasso, sono gli unici a sapere che il Col Moschin non è precisamente un colonnello che di cognome fa Moschin, ma il venerato Nono Reggimento d’Assalto, intitolato alla presa del Col(le) Moschin durante la I guerra mondiale. Quello degli incursori.
La peste del parà è la retorica, l’unico impasto che gli compete è la poesia. L’atto del lancio è poetico e Sergio Claudio Perroni, fustigatore di poetastri, già parà in quel di Livorno, interrogato, risponde. “Di poetico, ricordo:
- l'allora capitano Roberto Martinelli (poi generale comandante della Forza Multinazionale nel Sinai), che a ogni lancio si augurava che il paracadute incontrasse una corrente capace di tenerlo «in aria per sempre»;
- l'inno Baschi rossi e fregi d'oro, all'epoca cantato di nascosto in quanto vietato per sospetta apologia del fascismo («Siamo arditi, paracadutisti, e dal cielo ci lanciamo...»). Ma più poetico ancora era Paracadutista tu: "Pa-raca-dutista tu / che scendi di lassù so-prà l'infè-rno / Tu, conqui-sti ciò che vuoi / a fianco degli ero-i, che so-no ete-rni.")
- i lanci dalla torre del sergente Toma, unico che in piazza d'armi sapesse lanciarsi «a x» dall'altezza massima, cioè diciotto metri (la «x» era la figura acrobatica più artistica e più pericolosa);
- l'allora tenente Marco Bertolini (oggi vicecomandante delle forze di coalizione a Kabul), che, per contare i sei secondi prima di verificare l'apertura del paracadute principale, anziché il conteggio di prammatica («1001, 1002 ... 1006») ci suggeriva di recitare il mantra «sesso selvaggio a sassuolo» (anzi, essendo lui di Parma: «scescio scelvaggio a sciasciuolo»). Può sembrare prosaico, ma a metterlo in atto, appena schizzati fuori dall'aereo e ignari per quei secondi se il paracadute si sarebbe aperto o no, era poeticissimo;
- i parà schierati lungo il perimetro della piazza d'armi della caserma Vannucci a Livorno, per l'ultimo saluto a due commilitoni saltati in aria durante un'esercitazione: il silenzio glaciale rotto via via dal singolo schiocco delle mani sulle gambe di ogni parà che scattava sull'attenti al passaggio dei feretri;
- le meravigliose figlie del colonnello Malorgio”.
Nel poetico si annida anche il fattuale. E perciò il Perroni fattualizza: “Non è vero che la Folgore fosse una sentina di camerati. La domanda per parà la facevano molti ragazzi che, non potendo o non volendo schivare la leva, anziché passare quei dodici mesi a morir di noia in qualche casermaccia stantia preferivano farsi un po' di sano mazzo con attività fisiche e sportive; non è vero che ci si menasse continuamente con la popolazione rossa di Livorno (o di Pisa, quand'eravamo alla SMIPAR, la scuola di paracadutismo, per prendere l'abilitazione al lancio): loro se ne fottevano di noi, noi ce ne fottevamo di loro o, al massimo, cercavamo – perlopiù invano – di fottergli le donne; molti paracadutisti, anche tra gli ufficiali di complemento, erano entrati nella Folgore solo perché si buscava paga più alta rispetto a quella degli altri corpi: c'erano in più l'«indennità di lancio» e l'«indennità di mensa» (quest'ultima era una specie di risarcimento in cibo per le energie profuse in tanta attività fisica; pagato mensilmente in quote alimentari di roba nutriente tipo parmigiano, cioccolata fondente, ecc.). Indennità che, per i raffermati, potevi mantenere solo facendo un numero minimo di lanci all'anno: ragion per cui in certi periodi vedevi i maresciallazzi panzoni e poltroni che diventavano improvvisamente operativi e andavano a far su e giù lanciandosi dall'elicottero per mettersi in pari con la quota minima”.
Ancora un po’ di poesia: “Un po' della poesia del ‘basco rosso’ se ne andò, almeno per noi, quando fu consentito di portarlo a tutti i militari della Folgore, non solo ai paracadutisti: ossia anche ad autieri e altri soldati che non avevano mai messo piede su un aereo né mai se n’erano lanciati. Quando scoppiò lo scandalo degli Hercules, ossia i C-130 Lockheed, nella Folgore serpeggiò il terrore che sospendessero le consegne dei tanto sospirati C-130 costringendoci a continuare a lanciarci da quelle che davvero erano ‘bare volanti’, ossia i C-119: aerei che spesso ci mettevano tre o quattro tentativi prima di riuscire a decollare col loro carico di parà da lanciare”.
Altro che maschioni mercenari fascistoidi per come dice il bravo prete (Dio stramaledica i buoni propositi). Non c’è stipendio in grado di convincere una persona a saltare dall’aereo, perché nessuno ha la sicurezza che il fiore bianco, quel paracadute, con tutto il scescio scelvaggio a sciasciuolo, si aprirà. E poi: quando ci sia arruola in un reparto di assalto, prima o poi quell’assalto si farà.
venerdì 25 settembre 2009
Gianluca non legge Pavlov
di Gabriele Adinolfi
Dalla società dello spettacolo al circo equestre inscenato dai muli.
Le risposte alla partecipazione di Casa Pound alla fiaccolata contro l'intolleranza sono vere e proprie perle d'imbecillità e altrettante vetrine di riflessi condizionati. Le leggesse Pavlov, si massacrerebbe a furia di masturbarsi.
Cervelli all'ammasso, se di cervelli si può legittimamente parlare.
Andiamo con ordine
Nelle ultime settimane a Roma ci sono state recrudescenze di quella che Casa Pound ha identificato come una strategia della tensione in sedicesimo che, giustamente, denuncia e condanna. Ci sono stati attentati contro circoli di destra come contro locali che organizzano – anche – serate gay. Le istituzioni locali, cioè Comune, Provincia e Regione, hanno indetto una fiaccolata contro l'intolleranza. L'associazione di via Napoleone III ha deciso di aderire all'iniziativa per due ragioni: per denunciare sia una spirale sia chi l'orchestra dall'ombra e per condannare l'intolleranza che si manifesta in tanti modi e principalmente nell'antifascismo. Casa Pound, che ha rotto le barriere di tutti gli anti, intendeva così la sua partecipazione ad una manifestazione che non era annunciata come quella della sinistra (o della destra) arcobaleno. Teniamolo bene in mente perché nel delirio successivo, tanto dei vassalli dell'amministrazione quanto dei valvassini del disagio, il senso della scelta si perde. Sempre a causa di Pavlov, ovvero del fatto che questa gente non è presente a se stessa, non è cosciente, non decide, non vive ma è vissuta, è mossa, è agitata.
Un balzo sulla sedia
Il primo effetto della naturalissima decisione dell'associazione di Gianluca Iannone è stato un balzo sulla sedia. Gli organizzatori, Alemanno, Marrazzo e Zingaretti, temevano, a giusto titolo l'immediata reazione dei “tolleranti”, ovvero dell'anpi, dei vertici dell'Arcigay e di qualche altro gruppo di pressione meno dichiarto. I “tolleranti” non avrebbero tollerato. E allora, per compiacere i “tolleranti” i vassalli dell'amministrazione hanno chiesto ufficialmente a Casa Pound di non partecipare. “Voi dovete fare la parte dei catttivi altrimenti come potremmo noi fare quella dei buoni?” E fin qui siamo nel copione. Mediocrità, tanta, ma non ancora zombiesmo.
Zombiesmo
Nello zombiesmo siamo sfociati successivamente; quando al rifiuto opposto a Casa Pound in nome della tolleranza ha fatto seguito una serie di levate di scudi tanto a destra, quanto a sinistra, quanto nelle associazioni gay perché in tantissimi non hanno gradito quell'imposizione imbecille. Sicché, spaventati dalla perdita di consenso della propria base elettorale, molti nosferatu sono corsi ai ripari. E come? Offrendo, ovviamente, a Casa Pound una “riabilitazione” mediante una serie di passaggi tramite le solite forche caudine sotto le quali sono soliti ammirare le terga di tutti i questuanti e ciò dopo essersi messi a carponi essi stessi per ottenere cariche, prebende e riconoscimenti.
“Si, incontriamoci, parliamo di diritti gay, ma prima annunciate il vostro ripudio pubblico della violenza” hanno concluso Marrazzo e l'Arcigay.
Già ci sarebbe da chiedere di quale violenza si tratti: se degli assalti a Casa Pound di Roma o al suo pub, il Cutty Sark. Se degli attentati dinamitardi al pub o alla Casa Italia del Torrino, se della mancata strage a Casa Pound Bologna o della devastazione di Cuore Nero. Se dell'assalto militare ai giovani del Blocco Studentesco a Piazza Navona da parte dei veterani paleocomunisti o delle aggressioni di Firenze sempre durante le proteste universitarie. Ma che Casa Pound non abbia mosso violenza e che invece l'abbia subita non è neppure essenziale, è il fatto stesso di porre una condizione per offrire in cambio una patente che è patologico.
Patologico in sé, perché tradisce la mentalità predominante, uniformatrice e quindi intollerante. Patologico perché conferma la pretesa di certi individui di sentirsi insigniti dell'autorità di parlare a nome di tutti gli altri e di dispensare titoli. Patologico perché dimostra che non hanno capito che hanno a che fare con ragazzi non in vendita.
Che c'entra l'Arcigay?
Patologico infine perché la fiaccolata non era per i diritti gay e neppure per quelli delle minoranze ma contro gli attentati e l'intolleranza in sé. Dimenticato?
Ancora una volta Pavlov.
Quindi Marrazzo, Arcigay, Arcivattelapesca, i loro riconoscimenti e le loro scomuniche non interessano proprio nessuno.
Casa Pound va per la sua strada e dà esempi quotidiani di come intende la costruzione della libertà. Nel suo “covo” si ascolta qualunque eretico e chiunque abbia qualcosa da dire. Dall'ex brigatista Morucci alla figlia di Bettino Craxi, dal pidiellino Dell'Utri, presente proprio la sera della fiaccolata, all'anarcosiberano Lilin. Lì ha domandato recentemente di parlare Placido. Non si chiede a nessuno di ripudiare alcunché, di fare ammissioni o sottomissioni, di confondersi nell'uniformità. Ci si confronta perché si hanno certezza, forza, fede e, quindi, rispetto.
Per dirla altrimenti Casa Pound sta dimostrando che la libertà è implicita e completa nello spirito del fascismo mentre i vassalli di tutte le banderuole confermano giorno dopo giorno che la democrazia uccide la libertà.
Ed è per questo che, ai piddini ribellatisi al diktat fiaccolaiolo e ai circoli gay che hanno mandato l'Arcigay a quel paese, Casa Pound ha offerto la disponibilità di confronto.
Che non significa assolutamente altro. Del resto Gianluca Iannone oltre ad essere uno dei pochissimi italiani di oggi ad avere la tempra e le qualità del capo ha anche il senso del reale e delle proporzioni: non si prende per lo Stato o per l'Antistato e neppure per Zarathustra. Non ha complessi di superiorità, forse perché è una spanna sopra tanti altri. Propone e se può risolve direttamente nell' auto/nomia, non va ad alchimie consociative.
Siamo chiari
Credo che quello che voglia dire a tutti quanti, in un eventuale confronto, sia che stanno sbagliando tutto. Che l'impostazione stessa dei problemi è fallace, che non c'è soluzione di alcun genere, per nessuno, fino a quando si resterà prigionieri dei vincoli della democrazia delegata. Fino a quando si continuerà a perseguire (nel nome dei “diritti”) non un'organicità ma un'uniformità che, per sua natura, è indifferenziata e non può quindi concedere alcuna libertà reale: né alle minoranze, né alle maggioranze, né agli individui, né tanto meno ai popoli.
Credo che voglia dimostrare, anche dialetticamente, che la libertà sta nell'autodeterminazione e nella fuoriuscita sia dal delirio ideologico delle diverse minoranze sia dalla teologia maggioritaria del Nouvel Ancien Régime che è una miscela tra marxismo, clericalismo e calvinismo.
Insomma, caro Marrazzo, Gianluca non s'arrazza alle vostre profferte. Un tempo si sarebbe detto che non vuole sedersi al vostro tavolo ma preferisce rovesciarlo.
In realtà non vuole neppure questo: vuole continuare a tracciare una strada maestra che non conduce ai volgarissimi mercatini dell'usato che pullulano nei vostri vicoli ciechi.
Signori miei non siate troppo pavloviani e provate ad aprire gli occhi, vi accorgerete che avete sbagliato completamente nel fare le vostre offerte condizionate a chi - incredibile vero? - non cerca padroni o carriere. A chi va avanti, da solo, in compagnia, con alleati, avversari, nemici, poco importa. Importa andare avanti, sulla strada maestra e non abbandonarla al richiamo delle vostre buie e mortifere scorciatoie.
Non lo avete ancora capito? Allora non possiamo che rispondervi come si fa in questi casi da noi: aripjateve!
www.noreporter.org
Dalla società dello spettacolo al circo equestre inscenato dai muli.
Le risposte alla partecipazione di Casa Pound alla fiaccolata contro l'intolleranza sono vere e proprie perle d'imbecillità e altrettante vetrine di riflessi condizionati. Le leggesse Pavlov, si massacrerebbe a furia di masturbarsi.
Cervelli all'ammasso, se di cervelli si può legittimamente parlare.
Andiamo con ordine
Nelle ultime settimane a Roma ci sono state recrudescenze di quella che Casa Pound ha identificato come una strategia della tensione in sedicesimo che, giustamente, denuncia e condanna. Ci sono stati attentati contro circoli di destra come contro locali che organizzano – anche – serate gay. Le istituzioni locali, cioè Comune, Provincia e Regione, hanno indetto una fiaccolata contro l'intolleranza. L'associazione di via Napoleone III ha deciso di aderire all'iniziativa per due ragioni: per denunciare sia una spirale sia chi l'orchestra dall'ombra e per condannare l'intolleranza che si manifesta in tanti modi e principalmente nell'antifascismo. Casa Pound, che ha rotto le barriere di tutti gli anti, intendeva così la sua partecipazione ad una manifestazione che non era annunciata come quella della sinistra (o della destra) arcobaleno. Teniamolo bene in mente perché nel delirio successivo, tanto dei vassalli dell'amministrazione quanto dei valvassini del disagio, il senso della scelta si perde. Sempre a causa di Pavlov, ovvero del fatto che questa gente non è presente a se stessa, non è cosciente, non decide, non vive ma è vissuta, è mossa, è agitata.
Un balzo sulla sedia
Il primo effetto della naturalissima decisione dell'associazione di Gianluca Iannone è stato un balzo sulla sedia. Gli organizzatori, Alemanno, Marrazzo e Zingaretti, temevano, a giusto titolo l'immediata reazione dei “tolleranti”, ovvero dell'anpi, dei vertici dell'Arcigay e di qualche altro gruppo di pressione meno dichiarto. I “tolleranti” non avrebbero tollerato. E allora, per compiacere i “tolleranti” i vassalli dell'amministrazione hanno chiesto ufficialmente a Casa Pound di non partecipare. “Voi dovete fare la parte dei catttivi altrimenti come potremmo noi fare quella dei buoni?” E fin qui siamo nel copione. Mediocrità, tanta, ma non ancora zombiesmo.
Zombiesmo
Nello zombiesmo siamo sfociati successivamente; quando al rifiuto opposto a Casa Pound in nome della tolleranza ha fatto seguito una serie di levate di scudi tanto a destra, quanto a sinistra, quanto nelle associazioni gay perché in tantissimi non hanno gradito quell'imposizione imbecille. Sicché, spaventati dalla perdita di consenso della propria base elettorale, molti nosferatu sono corsi ai ripari. E come? Offrendo, ovviamente, a Casa Pound una “riabilitazione” mediante una serie di passaggi tramite le solite forche caudine sotto le quali sono soliti ammirare le terga di tutti i questuanti e ciò dopo essersi messi a carponi essi stessi per ottenere cariche, prebende e riconoscimenti.
“Si, incontriamoci, parliamo di diritti gay, ma prima annunciate il vostro ripudio pubblico della violenza” hanno concluso Marrazzo e l'Arcigay.
Già ci sarebbe da chiedere di quale violenza si tratti: se degli assalti a Casa Pound di Roma o al suo pub, il Cutty Sark. Se degli attentati dinamitardi al pub o alla Casa Italia del Torrino, se della mancata strage a Casa Pound Bologna o della devastazione di Cuore Nero. Se dell'assalto militare ai giovani del Blocco Studentesco a Piazza Navona da parte dei veterani paleocomunisti o delle aggressioni di Firenze sempre durante le proteste universitarie. Ma che Casa Pound non abbia mosso violenza e che invece l'abbia subita non è neppure essenziale, è il fatto stesso di porre una condizione per offrire in cambio una patente che è patologico.
Patologico in sé, perché tradisce la mentalità predominante, uniformatrice e quindi intollerante. Patologico perché conferma la pretesa di certi individui di sentirsi insigniti dell'autorità di parlare a nome di tutti gli altri e di dispensare titoli. Patologico perché dimostra che non hanno capito che hanno a che fare con ragazzi non in vendita.
Che c'entra l'Arcigay?
Patologico infine perché la fiaccolata non era per i diritti gay e neppure per quelli delle minoranze ma contro gli attentati e l'intolleranza in sé. Dimenticato?
Ancora una volta Pavlov.
Quindi Marrazzo, Arcigay, Arcivattelapesca, i loro riconoscimenti e le loro scomuniche non interessano proprio nessuno.
Casa Pound va per la sua strada e dà esempi quotidiani di come intende la costruzione della libertà. Nel suo “covo” si ascolta qualunque eretico e chiunque abbia qualcosa da dire. Dall'ex brigatista Morucci alla figlia di Bettino Craxi, dal pidiellino Dell'Utri, presente proprio la sera della fiaccolata, all'anarcosiberano Lilin. Lì ha domandato recentemente di parlare Placido. Non si chiede a nessuno di ripudiare alcunché, di fare ammissioni o sottomissioni, di confondersi nell'uniformità. Ci si confronta perché si hanno certezza, forza, fede e, quindi, rispetto.
Per dirla altrimenti Casa Pound sta dimostrando che la libertà è implicita e completa nello spirito del fascismo mentre i vassalli di tutte le banderuole confermano giorno dopo giorno che la democrazia uccide la libertà.
Ed è per questo che, ai piddini ribellatisi al diktat fiaccolaiolo e ai circoli gay che hanno mandato l'Arcigay a quel paese, Casa Pound ha offerto la disponibilità di confronto.
Che non significa assolutamente altro. Del resto Gianluca Iannone oltre ad essere uno dei pochissimi italiani di oggi ad avere la tempra e le qualità del capo ha anche il senso del reale e delle proporzioni: non si prende per lo Stato o per l'Antistato e neppure per Zarathustra. Non ha complessi di superiorità, forse perché è una spanna sopra tanti altri. Propone e se può risolve direttamente nell' auto/nomia, non va ad alchimie consociative.
Siamo chiari
Credo che quello che voglia dire a tutti quanti, in un eventuale confronto, sia che stanno sbagliando tutto. Che l'impostazione stessa dei problemi è fallace, che non c'è soluzione di alcun genere, per nessuno, fino a quando si resterà prigionieri dei vincoli della democrazia delegata. Fino a quando si continuerà a perseguire (nel nome dei “diritti”) non un'organicità ma un'uniformità che, per sua natura, è indifferenziata e non può quindi concedere alcuna libertà reale: né alle minoranze, né alle maggioranze, né agli individui, né tanto meno ai popoli.
Credo che voglia dimostrare, anche dialetticamente, che la libertà sta nell'autodeterminazione e nella fuoriuscita sia dal delirio ideologico delle diverse minoranze sia dalla teologia maggioritaria del Nouvel Ancien Régime che è una miscela tra marxismo, clericalismo e calvinismo.
Insomma, caro Marrazzo, Gianluca non s'arrazza alle vostre profferte. Un tempo si sarebbe detto che non vuole sedersi al vostro tavolo ma preferisce rovesciarlo.
In realtà non vuole neppure questo: vuole continuare a tracciare una strada maestra che non conduce ai volgarissimi mercatini dell'usato che pullulano nei vostri vicoli ciechi.
Signori miei non siate troppo pavloviani e provate ad aprire gli occhi, vi accorgerete che avete sbagliato completamente nel fare le vostre offerte condizionate a chi - incredibile vero? - non cerca padroni o carriere. A chi va avanti, da solo, in compagnia, con alleati, avversari, nemici, poco importa. Importa andare avanti, sulla strada maestra e non abbandonarla al richiamo delle vostre buie e mortifere scorciatoie.
Non lo avete ancora capito? Allora non possiamo che rispondervi come si fa in questi casi da noi: aripjateve!
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Napoli:i rifiuti ci sono ancora...
Roma, 25 set. - "Nella notte tra il 24 e il 25 settembre circa 60 estremisti di sinistra, con volto coperto da passamontagna e armati con caschi e bastoni, hanno tentato di assaltare l'Hmo, l'occupazione di Casapound Napoli nell'ex monastero in Salita San Raffaele a Materdei. Vista l'impossibilità di forzare l'entrata, hanno imbrattato le pareti esterne della struttura". Lo rende noto Casapound Italia in una nota.
''E' sconcertante - commenta il presidente di Casapound Italia Gianluca Iannone - che le istituzioni, sempre pronte a prendere posizione di fronte a iniziative che con la violenza non hanno nulla a che fare, restino invece completamente indifferenti davanti a un'aggressione premeditata e alla constatazione che in una città come Napoli decine di persone in assetto da guerriglia possano attraversare un intero quartiere senza che nessuno intervenga''.
"Evidentemente - conclude Iannone - non corrisponde al vero che Napoli non ha più alcun problema di rifiuti. Ci sono, pochi, ma ci sono. E camminano pure".
''E' sconcertante - commenta il presidente di Casapound Italia Gianluca Iannone - che le istituzioni, sempre pronte a prendere posizione di fronte a iniziative che con la violenza non hanno nulla a che fare, restino invece completamente indifferenti davanti a un'aggressione premeditata e alla constatazione che in una città come Napoli decine di persone in assetto da guerriglia possano attraversare un intero quartiere senza che nessuno intervenga''.
"Evidentemente - conclude Iannone - non corrisponde al vero che Napoli non ha più alcun problema di rifiuti. Ci sono, pochi, ma ci sono. E camminano pure".
giovedì 24 settembre 2009
Anche CPI contro la violenza e l'intolleranza politica.
ROMA: ANCHE CASAPOUND ALLA FIACCOLATA, 'CONTRARI A OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE'
'DICIAMO NO A CONFLITTO E ODIO POLITICO, STOP A CLIMA DI CACCIA ALLE STREGHE''
Roma, 23 set. (Adnkronos) - Ci sarà anche una delegazione di Casapound Italia alla fiaccolata contro l’intolleranza e tutti i razzismi che si terrà domani alle 19 a Roma. ''Contrari per natura ad ogni forma di discriminazione basata su criteri razziali, religiosi o su inclinazioni sessuali, annunciamo la nostra partecipazione alla fiaccolata indetta da Comune, Provincia e Regione", spiega l'associazione che fa capo a Gianluca Iannone nella nota in cui annuncia la partecipazione di una quindicina di militanti alla manifestazione ''indetta - ricorda Cpi - a seguito degli episodi di intolleranza verificatisi nella Capitale nel corso dell'ultima settimana''.
"Ci sembra si stia innescando un clima di caccia alle streghe inevitabilmente destinato a sfociare in odio politico - prosegue Casapound - Poco spazio è lasciato al dibattito politico, mentre tutta l'attenzione è destinata alla creazione di pubbliche gogne mediatiche sulle quali cercare scampoli di pubblicità''.
''La nostra partecipazione - conclude la nota - va interpretata solo per ciò che rappresenta: un secco rifiuto verso forme di conflitto, soprattutto se non basate su diverse visioni della Famiglia, della Comunità nazionale, dello Stato, ma solo su personali appartenenze o inclinazioni''.
(Zla/Ct/Adnkronos)
'DICIAMO NO A CONFLITTO E ODIO POLITICO, STOP A CLIMA DI CACCIA ALLE STREGHE''
Roma, 23 set. (Adnkronos) - Ci sarà anche una delegazione di Casapound Italia alla fiaccolata contro l’intolleranza e tutti i razzismi che si terrà domani alle 19 a Roma. ''Contrari per natura ad ogni forma di discriminazione basata su criteri razziali, religiosi o su inclinazioni sessuali, annunciamo la nostra partecipazione alla fiaccolata indetta da Comune, Provincia e Regione", spiega l'associazione che fa capo a Gianluca Iannone nella nota in cui annuncia la partecipazione di una quindicina di militanti alla manifestazione ''indetta - ricorda Cpi - a seguito degli episodi di intolleranza verificatisi nella Capitale nel corso dell'ultima settimana''.
"Ci sembra si stia innescando un clima di caccia alle streghe inevitabilmente destinato a sfociare in odio politico - prosegue Casapound - Poco spazio è lasciato al dibattito politico, mentre tutta l'attenzione è destinata alla creazione di pubbliche gogne mediatiche sulle quali cercare scampoli di pubblicità''.
''La nostra partecipazione - conclude la nota - va interpretata solo per ciò che rappresenta: un secco rifiuto verso forme di conflitto, soprattutto se non basate su diverse visioni della Famiglia, della Comunità nazionale, dello Stato, ma solo su personali appartenenze o inclinazioni''.
(Zla/Ct/Adnkronos)
mercoledì 23 settembre 2009
martedì 22 settembre 2009
Compra Aquilano

Sono disponibili le Confezioni CompraAquilano, un assortimento di prodotti tipici offerto dai laboratori e aziende agricole situate nei Comuni colpiti dal terremoto del 6 Aprile.
In ogni cofanetto si trovano prodotti di almeno 5 diverse imprese.
La pregiata confezione è decorata esternamente con immagini dei più famosi monumenti Aquilani. Un regalo di gusto, un aiuto diretto all'economia dell'Aquila.
E' possibile personalizzare il contenuto dei cofanetti, e richiedere specifiche confezioni Natalizie che verrano presentate prossimamente in un apposito catalogo.
Confezione "Mercato di Piazza Duomo": 48 Euro (IVA e costi di spedizione inclusi)
1) Confettura di frutta o prodotti dell'orto - 500 grammi
2) Salame - 300 grammi
3) Miele - 500 grammi
4) Salsa di tartufo - 185 grammi
5) Vino Montepulciano d'Abruzzo - 750 cl
Per ulteriori informazioni visitate:
www.compraaquilano.org
domenica 20 settembre 2009
L'Aquila vince lo scontro al vertice...

...Uno a zero alla Civitanovese seguita da una folta e rumorosa rappresentanza ospite che al Fattori non si vedeva ormai da anni. A risolvere la partita ci ha pensato il "solito" Colella che realizza così tra campionato e coppa il suo settimo gol,niente male. Siamo solo alla terza giornata,ma sognare è lecito e noi tutti ne abbiamo voglia! NO ALLA TESSERA DEL TIFOSO.
sabato 19 settembre 2009
venerdì 18 settembre 2009
Protesta in tutte le curve d'Italia.

Domenica 20 Settembre tutti i gruppi ultras d'Italia lasceranno vuote le curve per i primi 45 minuti. Questa è una delle iniziative,non l'ultima per protestare contro la tessera del tifoso. NON CI AVRETE MAI COME VOLETE VOI!
Silenzio...
dall'Ideodromo di CasaPound
No, non è la nostra guerra, quella afghana.
Ne contestiamo tutto: l’intreccio di interessi sulle rotte del petrolio e del narcotraffico, proprio a ridosso della Russia di nuovo sovrana; l’orrida giustificazione impastata di suprematismo morale occidentalista; l’ipocrisia di fondo riguardo alla fandonia della “missione di pace” che cela il tabù che i nostri tempi molli non sanno più pronunciare: la guerra.
Eppure ciò non ha nulla a che vedere con la scelta di chi si decide per la vita in armi. Per soldi? Anche, probabilmente. Di certo non solo per quello. Quello del soldato, del resto, non è mai stato un mestiere come tutti gli altri. Anche un’epoca di basso spirito come questa dovrebbe pur presentirlo. Il soldato porta con sé una logica differente, che resiste e persiste nonostante i committenti e i beneficiari della sua azione.
Occorre essere commossi, quindi?
No, bando ai pietismi.
Viga un sobrio rispetto, piuttosto. Lucido, asciutto. Devoto. Si onori una scelta di vita pagata con la morte come si conviene. Senza far tacere il cervello, senza dar libero sfogo alle viscere.
No, non è la nostra guerra.
Ma loro sono comunque i nostri morti.
http://www.ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=169:silenzio&catid=51:societa&Itemid=113
No, non è la nostra guerra, quella afghana.
Ne contestiamo tutto: l’intreccio di interessi sulle rotte del petrolio e del narcotraffico, proprio a ridosso della Russia di nuovo sovrana; l’orrida giustificazione impastata di suprematismo morale occidentalista; l’ipocrisia di fondo riguardo alla fandonia della “missione di pace” che cela il tabù che i nostri tempi molli non sanno più pronunciare: la guerra.
Eppure ciò non ha nulla a che vedere con la scelta di chi si decide per la vita in armi. Per soldi? Anche, probabilmente. Di certo non solo per quello. Quello del soldato, del resto, non è mai stato un mestiere come tutti gli altri. Anche un’epoca di basso spirito come questa dovrebbe pur presentirlo. Il soldato porta con sé una logica differente, che resiste e persiste nonostante i committenti e i beneficiari della sua azione.
Occorre essere commossi, quindi?
No, bando ai pietismi.
Viga un sobrio rispetto, piuttosto. Lucido, asciutto. Devoto. Si onori una scelta di vita pagata con la morte come si conviene. Senza far tacere il cervello, senza dar libero sfogo alle viscere.
No, non è la nostra guerra.
Ma loro sono comunque i nostri morti.
http://www.ideodromocasapound.org/index.php?option=com_content&view=article&id=169:silenzio&catid=51:societa&Itemid=113
giovedì 17 settembre 2009
mercoledì 16 settembre 2009
PORTA A PORTA: CASAPOUND, A NOI 6 CAPI DI IMPUTAZIONE, ASPETTIAMO MAGISTRATI CONTRO IDV
"Per la nostra passeggiata futurista nella sede di via Teulada ci sono stati addebitati 6 diversi capi di imputazione, compresa l'interruzione di pubblico servizio, quantunque gli studi fossero già vuoti da ore". Così in una nota Gianluca Iannone, Presidente di Casapound Italia, circa la presenza del presidio, organizzato dall'Italia dei Valori, davanti alla sede RAI che ha costretto il Presidente del Consiglio ad entrare negli studi di Porta a Porta da un accesso secondario. "Aspettiamo con ansia di sapere se qualche magistrato libero pensi che impedire al capo del Governo di accedere liberamente agli studi della televisione di stato costituisca interruzione di pubblico servizio. Attendiamo con ansia la pubblica indignazione del PD, il quale, all'epoca della nostra protesta, gridò al colpo di Stato. In caso contrario - conclude Iannone - richiederemo a Di Pietro l'elenco di coloro che hanno il suo benestare all'ingresso in RAI, così da poterlo fornire a tutti coloro che fossero interessati a non essere solo abbonati di prima fila"
www.casapound.org
www.casapound.org
martedì 15 settembre 2009
Napoli:nasce l'H.M.O.
Nella notte di sabato 12 settembre 2009, CasaPound Italia Napoli ha occupato la struttura di un ex monastero, in stato di abbandono, nel quartiere Materdei. L'azione è stata annunciata attraverso una nota emanata dalla stessa associazione, in cui il coordinatore provinciale Giuseppe Savuto afferma che "è impensabile che in una città come Napoli l'amministrazione lasci in stato di abbandono e degrado strutture ad alto potenziale sociale ed abitativo per il quartiere.
L'associazione ha come scopo quello di restituire l'immensa struttura alla gente del posto adibendola ad O.S.A. (Occupazione a scopo abitativo) e a centro aggregativo popolare.
Questo il primo comunicato di CPI Napoli il giorno dopo l'occupazione. Ai camerati partenopei le congratulazioni e il sostegno di Piazza Fontesecco.
L'associazione ha come scopo quello di restituire l'immensa struttura alla gente del posto adibendola ad O.S.A. (Occupazione a scopo abitativo) e a centro aggregativo popolare.
Questo il primo comunicato di CPI Napoli il giorno dopo l'occupazione. Ai camerati partenopei le congratulazioni e il sostegno di Piazza Fontesecco.
lunedì 14 settembre 2009
L'Aquila espugna Morro d'oro!

Morro d'Oro (Te) - L'Aquila 1927 vince il derby con il Morro d' Oro due a zero con reti di Ruscitti e Ruggeri.
I rossoblu hanno anche avuto altre due importanti occasioni finite poi in traversa con tiri di Colella e Villa, mentre per il Morro d'oro un unica occasione significativa di gol sfumata in un tiro sul fondo.
La partita è stata seguita da circa 500 aquilani in trasferta insieme alla loro squadra.
Il primo goal è stato segnato al 14' del primo tempo.
Il Capitano Villa va alla battuta di una punizione che Della Pelle manda sulla traversa, Ruscitti però non sbaglia: è il goal del vantaggio.
I padroni di casa sfiorano il pareggio al 38’ con una conclusione di Costantino che si spegne di poco al lato.
Sul parziale 0-1 le squadre finisce il primo tempo.
Nella ripresa L’Aquila segna il raddoppio con Ruggiero, il goal viene segnato al 27’ dopo una punizione di Villa e sulla successiva respinta di Della Pelle.
L’Aquila calcio conquista così la seconda vittoria stagionale e guida, assieme a Bojano e Civitanovese, la classifica del girone F di Serie D.
Da annotare fra i numerosi cori dei supporters rossoblù i significativi “Noi non ti lasceremo mai” e “Dal Fattori non ce ne andiamo”
Al termine del match un sorridente Presidente Elio Gizzi considera:”Oggi l’importante era vincere. Ci hanno seguiti tanti tifosi, per essere alla loro altezza ci vorrebbe una società più forte”.
Soddisfatto mister Rinaldo Cifaldi afferma:”Non penso sia stata una vittoria facile, Morro d’Oro è un campo difficile. Abbiamo rischiato pochissimo e giocato bene. Se non fosse stato per i due legni colpiti avremmo potuto incrementare il risultato nel primo tempo” – conclude – “Vincere a Morro d’Oro nell’arco della stagione non sarà facile”.
Per l’allenatore ospite Emidio Sabatelli quella odierna è una sconfitta maturata contro una grande L’Aquila, c’è il rammarico di non aver trovato l’1-1 con la conclusione di Costantino.
Il Morro d’Oro è giovane e ancora non amalgamato ma c’è fiducia anche per l’arrivo di qualche altro elemento che, dopo Ragatzu, potrebbe rinforzare l’organico.
Michele Placido:"vorrei essere invitato a Casa Pound"
“Avevo molta paura -ammette- di portare qui a Venezia il mio film. Vengo dal massacro subito qualche anno fa per ‘Ovunque sei’ e infatti ‘Romanzo Criminale’ l’ho portato a Berlino. Ero terrorizzato ma sono contento che il film sia stato guardato con rispetto. Poi puà piacere o no, è normale. Ci possono essere omissioni ma non sono volute. Forse qualcuno potrà obiettare che si poteva fare un film più profondo dal punto di vista ideologico. Ma quello che mi auguro sopratutto è che il film sia visto dai giovani, forse anche nelle scuole ma pure nei circoli CasaPound dove vorrei essere il primo regista di sinistra che si va a confrontare con i giovani di estrema destra, che devo ammettere con un certo dispiacere che in questo momento sono molto più attivi di quelli di sinistra”, sottolinea Placido.
Fonte : AdnKronos
Fonte : AdnKronos
venerdì 11 settembre 2009
RIPARTIAMO...ANZI NO CONTINUIAMO!

28 Febbraio 2009. Per quella sera è prevista la riunione provinciale di Casa Pound ad Avezzano. Quello stesso pomeriggio mettiamo piede per la prima volta in quella che doveva essere la nostra futura libreria,situata in Piazza della Repubblica nel pieno centro storico aquilano. Un’inaugurazione per pochi intimi,proprio di fronte al palazzo della Prefettura. Con l’inizio del 2009 L’Aquila ha visto un’esplosione di militanti senza precedenti: giovani studenti che aderiscono al Blocco Studentesco,vecchi militanti aquilani che entusiasticamente ritornano alla lotta entrando in blocco in CPI e diversi tifosi aquilani precipitarsi in Piazza Fontesecco e condividere con chi già da qualche anno è in quella meravigliosa trincea banchetti, volantinaggi, manifestazioni, trasferte, concerti e tutto quel che circonda il nostro meraviglioso mondo. La conferma di questa esplosione sono stati i presidi ad Avezzano e L’Aquila dove si è registrato una partecipazione militante mai vista negli ultimi 10 anni,le conferenze a Sulmona ma soprattutto l’organizzazione della fiaccolata in memoria dei martiri delle foibe. Una manifestazione regionale, decisa la sera del banchetto ad Avezzano il 31 Gennaio quindi preparata in tutta fretta che ha avuto una risposta più che soddisfacente,sia per il tema trattato,la coreografia d’impatto,per l’unità mostrata dalle altre comunità di CPI in Abruzzo e soprattutto perché tutte quelle persone che in quel periodo si sono avvicinate a noi forse proprio quella sera hanno trovato la molla che tuttora (nonostante quel maledetto 6 aprile) li spinge a partecipare ad ogni evento di CPI e a lottare per nostri progetti sociali. Dopo la fiaccolata abbiamo capito che era il momento del salto di qualità. La sezione di Piazza Fontesecco rimaneva sempre lì,pronta per fare la colla,preparare striscioni e altro,ma era giunto il momento di una “sede ripulita”… di uno spazio adatto ad una libreria non conforme,un balzo in avanti rispetto alla sezione intesa nel modo tradizionale. Il rapporto qualità-prezzo ottimo. La location ancora di più,in pieno centro storico. Dal 28 Febbraio al 5 Aprile abbiamo lavorato in modo continuo spendendo fatica e soldi per quel posto bellissimo dove si sognava sul futuro più prossimo delle nostre attività. Il nome scelto per la libreria e l’associazione era “L’Aquila 1971” in memoria dei Moti Aquilani. Un nome d’impatto e che piaceva a tutti. Tutto filava liscio,troppo. Alle 3.32 del 6 Aprile succede l’impensabile;una città spazzata via,trecentosette vittime,borghi e paesi distrutti la popolazione allo sbando più totale. Neanche il tempo di pensare che Casa Pound Italia allestisce un campo base a Poggio Picenze e punti di raccolta aiuti in tutta Italia. Proprio a Poggio CPI L’Aquila il 23 Aprile riesce a organizzare una riunione per certi versi storica,dove noi tutti abbiamo abbandonato per un pomeriggio le tendopoli e ci siamo recati al campo di CPI dove alcuni militanti aquilani operativi a Poggio ci attendevano. La prima riunione post-terremoto tenuta nel campo di Poggio,ha gettato le basi per i nostri progetti primaverili ed estivi,si è il caso di dirlo senza autocelebrazioni sterili,NON CI SIAMO MAI FERMATI. A Giugno dopo 2 mesi di campobase a poggio (dove i militanti aquilani come è giusto che sia sono stati pressoché tutti i giorni presenti ed operativi insieme ai Camerati di tutta Italia e dove CPI continua a portare aiuti tuttora) la nostra Comunità ha partecipato alla 4 giorni di CPI ad Area19 ricaricando le pile per la nuova stagione politica. Ad Agosto CasaPound L’Aquila è scesa in piazza a Coppito alzando il polverone dello scandalo affitti e chiedendo l’intervento dello stato per tutte le seconde case e per tutti gli immobili immessi nel mercato degli affitti.
Tra poco ripartiranno le scuole,le università e il Blocco Studentesco è già pronto con le proprie iniziative,continuando il lavoro che tante soddisfazioni ci ha portato lo scorso anno. Altri progetti invece,grandi progetti per ora sono solo in cantiere…restate sintonizzati!
Se lo dice anche mister Lippi...
Tessera del tifoso — "La tessera del tifoso in trasferta - dice il tecnico azzurro - non mi piace. È una cosa che ghettizza. Anche se sono il ct della Nazionale, dico sinceramente che, a caldo, questo strumento non mi convince. A sentire l'espressione 'scheda del tifoso', mi viene da pensare ai supporter che il sabato sera sono a cena e hanno in mente di andare a vedere la partita il giorno dopo a Milano o a Torino, ma poi non possono farlo perchè non hanno la tessera. Diciamo che qualsiasi forma di schedatura non mi piace, tanto meno quella che riguarda i tifosi"
giovedì 10 settembre 2009
martedì 8 settembre 2009
Ai pochi
Tremar dovesse la terra,sotto
Il tuo gagliardo passo d’ardito,
tu va' sicuro, con il tuo motto:
non ho tradito!
Se l’ira cieca, se l’odio tetro,
al tuo passare ti segna a dito,
rispondi senza guardare indietro:
non ho tradito!
Se l’ingiustizia, se la vendetta,
per la tua fede t’avran colpito,
la tua parola tu l’hai già detta:
non ho tradito!
Se nel tuo sangue tu giacerai,
spirito invitto, corpo ferito,
più fieramente risponderai:
non ho tradito!
E se la morte che tè d’accanto,
ti vorrà in cielo, dall’infinito
s’udrà più forte, s’udrà più santo:
non ho tradito!
Scritta dal capitano Bonola del Rgt. "Folgore" della RSI in prigionia di guerra a Coltano nell’estate del 1945-XXIII
Fonte: noreporter.org
Il tuo gagliardo passo d’ardito,
tu va' sicuro, con il tuo motto:
non ho tradito!
Se l’ira cieca, se l’odio tetro,
al tuo passare ti segna a dito,
rispondi senza guardare indietro:
non ho tradito!
Se l’ingiustizia, se la vendetta,
per la tua fede t’avran colpito,
la tua parola tu l’hai già detta:
non ho tradito!
Se nel tuo sangue tu giacerai,
spirito invitto, corpo ferito,
più fieramente risponderai:
non ho tradito!
E se la morte che tè d’accanto,
ti vorrà in cielo, dall’infinito
s’udrà più forte, s’udrà più santo:
non ho tradito!
Scritta dal capitano Bonola del Rgt. "Folgore" della RSI in prigionia di guerra a Coltano nell’estate del 1945-XXIII
Fonte: noreporter.org
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